17 aprile 2014

The Most Badass Sauropod Picture Returns




Ricordate l'epico quadro realizzato da Troco e relativo al paleo-ambiente di Tataouinea?
La grande paleoarte, ispirata alla Natura, viene poi dalla Natura premiata con manifestazioni spettacolari come quelle fotografate recentemente in un fiume africano, dove dozzine di coccodrilli si accalacano sulla carcassa di un ippopotamo, in uno scenario non molto diverso da quello ritratto da Troco.

Fonte: Repubblica.it

La corrispondenza visiva è suggestiva e fonte di ispitazioni, sia artistiche che scientifiche (in questo caso, tafonomiche).

08 aprile 2014

King Kong vs Theropod: The Final Proof

Una sottocultura "zoologica" diffusa online è quella delle cosidette "lotte interspecifiche". Nata come degenerazione di un'altra degenerazione (ovvero, i "documentari" in stile "Jurassic Fight Club"), questa bizzarra forma di discussione pseudo-naturalistica presume, assume e millanta di poter dedurre l'esito di una fantomatica lotta tra due esemplari di specie animali distinte (spesso, mai vissute nello stesso luogo, o nemmeno convissute sulla Terra nello stesso momento geologico). 
Queste infantili divagazioni hanno l'irritante pretesa di voler usare "argomenti scientifici" per sostenere affermazioni del tutto prive di valore scientifico. In particolare, si presume che l'esito di queste "lotte" sia deducibile da semplici parametri quali la massa corporea, la lunghezza adulta, la dimensione della testa, il numero dei denti o altri attributi ritenuti "importanti nella lotta".
Il video qui sotto dimostra la validità di queste "argomentazioni".
Gorilla è un grosso mammifero, pesante da adulto più di 150 kg. Gorilla può superare l'altezza di un uomo, e presenta una voluminosa struttura muscolare, mandibola corte e robuste dotate di canini e molari capaci di generare morsi molto profondi.
Un'oca (in questo caso, del genere Branta) è un uccello molto più gracile e leggero di un Gorilla. Il suo cranio è privo di denti, e la muscolatura del cranio molto ridotta e incapace di generare le forze che le mandibole del gorilla invece generano abitualmente. 
In base a quanto scritto, e seguendo la profonda "logica" dei fautori dei "combattimenti interspecifici", non ci sarebbe storia in uno scontro Gorilla vs Oca. L'esito sarebbe scontato e quasi inutile da discutere: abbiamo un animale molto più grande, massiccio e voluminoso, con una maggiore massa muscolare, denti e mandibole robuste, contro un animale molto più piccolo, gracile e persino privo di denti.
Infatti, guardate cosa succede...


Morale della favola: lasciate perdere le sciocche discussioni online e osservate gli animali in vita e nella loro complessità reale.

01 aprile 2014

Coming Soon: Megalofalcis stromeri

Dopo un secolo, Stromer è stato vendicato...

Anche se per oggi avevo in programma solamente il post sulla mia pubblicazione relativa agli sfenodontidi di Pietraroia, in queste ore è uscito un articolo molto importante che sapevo da tempo fosse in stampa, quindi accenno la notizia prima che - come sempre - la rete inizi a produrre i soliti pseudo-articoli sensazionalistici.
Da circa dieci anni, circolava il rumor che qualcosa della collezione paleontologica di Stromer, ritenuta distrutta completamente nel bombardamento alleato del 1944 su Monaco di Baviera, fosse effettivamente "sopravissuto". Il rumor accennava ad un contro-pavimentazione del museo bavarese, costruita nell'immediato dopoguerra, utilizzando materiale del museo originario. Questa contropavimentazione, che - paradossalmente - è un "fossile" del museo originario, è stata rinvenuta nei magazzini odierni del museo, e - con sorpresa e gioia dei paleontologi dell'istituto tedesco, è risultata rivestire una intercapedine letteralmente riempita da materiale fossile accatastato dopo il bombardamento. Il materiale, comprendente ossa lunghe, vertebre e coste, è indubbiamente dinosauriano. Estratto e studiato, esso corrisponde a parte del materiale descritto ed illustrato da Stromer (1934), ovvero, numerose ossa di theropodi medio-grandi dal Cenomaniano dell'Egitto. La fortuna ha voluto che parte di questo materiale fosse marcato con i numeri di catalogo originari della collezione, permettendo di associare tra loro le ossa dei vari individui. Un esemplare, in particolare, comprende un omero, lunghi ungueali falciformi, parte dell'ileo e del piede, ed è riferibile ad un grande megaraptoriano basale, il primo scoperto in Africa, battezzato Megalofalcis stromeri.
Megalofalcis condivide con Fukuiraptor la forma e proporzioni dell'omero, mentre è più simile ai Megaraptoridae gondwaniani nella forma e proporzioni degli ungueali, che sono falciformi con solchi collaterali asimmetrici. Le dimensioni di Megalofalcis sono comunque notevoli, dato che il femore, sebbene parzialmente completo, consente di stimare le sue dimensioni totali a circa 138 cm, quindi superiori a quelle di molti allosauroidi e tyrannosauroidi. Badate bene, la misura di 138 cm è relativa all'ampiezza mediolaterale in norma sagittale della diafisi in assenza dell'epifisi. Questo implica che le dimensioni ponderate dell'osso, in norma distale, senza considerare l'ampiezza dell'ectocondilo, sono riconducibili a quelle che, basandosi sul  semiasse mediolaterale conservato della diafisi, sono osservate nel femore subadulto dell'esemplare riferito di Chilantaisaurus. Ciò è notevole! Comprendete, quindi, che la stima dimensionale che si deduce da questi rapporti sia, al netto del margine di errore dato dall'inevitabile errore di campionamento (n=1), nell'ordine di grandezza dei massimi theropodi noti. Se così fosse, estrapolando le dimensioni totali dell'ungueale del primo dito della mano a partire dal frammento presenti, si ottiene una misura di 69 cm dalla faccetta articolare all'apice distale dell'ungueale! 
A questo punto, è lecito porsi la domanda se Megalofalcis sia sinonimo con altri taxa istituiti da Stromer. Ad esempio, è possibile che esso sia solamente un sinonimo junior di Bahariasaurus? Qui, è bene chiarire che solo l'olotipo di Bahariasaurus possa essere riferito senza dubbi a quel taxon. Il confronto con Megalofalcis è limitato, ma illuminante, dato che le immagini da Stromer (1934) mostrano una comune colorazione delle litografie, cosa che potrebbe - in via ipotetica - suggerire una sovrapposizione nelle ossa attribuite in modo provvisorio a quel taxon. Nondimeno, i due taxa sono differenti per un importante carattere tafonomico, che preclude la sinonimia: uno è stato scoperto in Egitto, mentre l'altro in Baviera.
Di tutto questo, e delle implicazioni di questa ri-scoperta, parlerò nel prossimo post.

Bibliografia:
Ernstmer S., Grant A., Levine R., and Challenger L.-W. (2014). Re-discovery of the Stromer theropods reveals the Most Badass Killer Machine Ever. Serious? Science Awesome Research 4: 1-14.




"Il Buono, il Piccoletto ed il Cattivo" a Pietraroia



Ricostruzione dei tre sfenodonti di Pietraroia (opera di E. Troco)


Continua la prolifica serie di nuovi studi sui rettili mesozoici italiani!
Il post di oggi parla di un nuovo articolo, del quale sono co-autore assieme a Mattia Baiano, dell'Università 'Federico II' di Napoli – ed attualmente presso l'ICP a Barcellona – e Pasquale Raia, paleontologo dell'ateneo napoletano (Cau et al. 2014). La collaborazione che ha prodotto questo articolo deriva dall'amicizia nata tra me e Mattia nel 2010, entrambi soci dell'Associazione APPI. Difatti, si può considerare questo articolo un “figlio” dell'APPI.
La località beneventana di Pietraroia è nota nel mondo paleontologico per i suoi giacimenti ad elevata conservazione, risalenti a circa 110 milioni di anni fa, noti fin dalla fine del XVIII secolo. Il taxon più famoso proveniente dai livelli fossiliferi di Pietraroia è sicuramente il theropode Scipionyx samniticus. Il clade di tetrapodi più abbondante a Pietraroia è invece Lepidosauria (il gruppo a cui appartengono lucertole e serpenti), rappresentato da 4 specie, tre squamati (Costasaurus rusconi, Chometokadmon fitzingeri e Eichstattesaurus gouldi) ed uno sfenodonte (Derasmosaurus pietraroiae). Un secondo sfenodonte, frammentario, era già noto da Pietraroia: questo esemplare è significativo per presentare tracce dei tessuti molli intestinali, oltre al cranio di una sua preda – un piccolo squamato – insieme a resti di massa fecale, ancora presenti nella zona addominale. Nel nostro nuovo studio, abbiamo descritto un terzo scheletro di sfenodonte, scoperto una quindicina di anni fa ma mai studiato prima, ed abbiamo valutato la disparità degli sfenodonti di Pietraroia tramite analisi filogenetiche.
Gli sfenodonti sono poco noti al grande pubblico, se non altro perché oggi ne esiste una sola specie, famosissima invece tra i naturalisti ed i biologi: Sphenodon punctatus, che popola alcune isole al largo della Nuova Zelanda. Sovente considerato un “fossile vivente”, in realtà Sphenodon è una forma molto derivata appartenente ad un clade relativamente stabile e conservatore di rettili lepidosauromorfi, originatosi nel Triassico, che nel Giurassico aveva distribuzione cosmopolita, e che ha prodotto forme sia erbivore che acquatiche. A partite dal Cretacico Inferiore, questo gruppo ha progressivamente ridotto la propria distribuzione, scomparendo dall'Emisfero Settentrionale prima della fine del Mesozoico. Difatti, gli sfenodonti di Pietraroia sono tra gli ultimi membri di questo clade vissuti a nord dell'Equatore. Analizzarne la diversità e le affinità evoluzionistiche è quindi un tassello utile per comprendere la storia evolutiva di questi rettili.
I tre sfenodonti di Pietraroia possono essere simpaticamente soprannominati come: “Il Buono”, ovvero Derasmosaurus pietraroiae, che è l'esemplare più grande e completo; “Il Piccoletto”, ovvero il nuovo esemplare che abbiamo descritto, e che è quello di dimensioni minori; ed “Il Cattivo”, l'esemplare menzionato prima, che è quello meno completo, sebbene conservi parte dei tessuti molli ed il cranio di una sua preda nell'addome.
Il Buono è quasi completo, e ciò ha permesso di collocarlo filogeneticamente con relativa sicurezza: esso risulta un lontano parente di Sphenodon, ma con affinità più dirette con alcuni sfenodonti giurassici tedeschi. Questo risultato non sorprende, dato che affinità simili sono emerse per alcuni squamati di Pietraroia.
Il Piccoletto è grande la metà di Derasmosaurus, e potrebbe stare sul palmo di una mano. Le ridotte dimensioni potrebbero essere dovute alla sua età relativamente giovanile, tuttavia, alcune caratteristiche del cranio e delle articolazioni degli arti indicano che, forse, esso era maturo, e quindi potrebbe essere una forma nana. La forma delle vertebre dorsali esclude che esso sia riferibile a Derasmosaurus. La posizione filogenetica del Piccoletto è problematica, dato che alcune delle sue possibili condizioni primitive potrebbero essere un effetto della piccola taglia e/o della giovane età. Nondimeno, esso pare appartenere alla medesima linea evolutiva di Sphenodon e Derasmosaurus.
Il Cattivo è quello più difficile da collocare filogeneticamente, data la relativa frammentarietà. Le nostre analisi lo collocano alla base di una linea distinta da quella degli altri due sfenodonti campani, e prossimo a forme bizzarre come gli Eilenodontini, un clade che comprende alcuni sfenodonti giganti patagonici del Cretacico Superiore (lunghi circa 1 metro).
In conclusione, il nostro studio dimostra che a Pietraroia sono presenti tre linee evolutive (e quindi, specie distinte) di sfenodonti: ciò porta la diversità dei lepidosauri di questa associazione a ben 6 specie. Le affinità con altri lepidosauri del Giurassico Superiore tedesco implicano che Pietraroia fosse un “rifugio” per linee filetiche vecchie di almeno 40 milioni di anni prima del Cretacico, e ciò non sorprende, se consideriamo che Pietraroia era parte di un sistema di isole al centro della Tetide, relativamente isolato dalle principali masse continentali.

Il sito di Pietraroia è un santuario paleontologico inestimabile, che probabilmente ha ancora molte sorprese da regalarci: la speranza è che prossimamente si possa tornare a studiare questo piccolo tesoro italiano.

Ringrazio il Centro Musei delle Scienze Naturali di Napoli ed il Museo Paleontologico dell'Università di Napoli che hanno permesso lo studio di questi esemplari. Un grazie particolare va, ovviamente, a Mattia e Pasquale, miei coautori nello studio, ma anche per l'amicizia e l'ospitalità che mi hanno manifestato durante la mia permanenza a Napoli.
Un ringraziamento anche al sempre geniale Troco, autore del quadro che ritrae i tre sfenodonti di Pietraroia.

Bibliografia:
Cau, A., Baiano, M.A., Raia, P. 2014. A new sphenodontian (Reptilia, Lepidosauria) from the Lower Cretaceous of Southern Italy and the phylogenetic affinities of the Pietraroia Plattenkalk rhynchocephalians. Cretaceous Research 49: 172-180. doi.org/10.1016/j.cretres.2014.02.001

31 marzo 2014

Ittiosauri in Sicilia!

Continua la serie di scoperte e studi relativi ai rettili del Mesozoico Italiano!
Dal Sasso et al. (2014) descrivono due centri vertebrali dal Triassico Superiore della Sicilia, riferibili a due individui di ittiosauri basali (Shastasauridae) di differente taglia corporea (un probabile individuo maturo, stimabile in circa 5-6 metri di lunghezza, ed un individuo immaturo). Si tratta dei primi resti di ittiosauri scoperti in Italia meridionale, ed estendono il range meridionale di questi rettili nella Tetide occidentale.
Ittiosauri basali, in particolare shastasauridi, sono ben noti nelle ricche formazioni triassiche del Nord Italia, che hanno restituito i resti completi ed articolati di Besanosaurus. I resti siciliani, per quanto molto frammentari, sono comunque significativi, sopratutto per l'estensione geografica di queste forme, ma anche nel confermare un sospetto di lunga data: che anche nel sud Italia siano presenti imporanti siti paleontologici a rettili mesozoici. La speranza è che questa scoperta sia l'inizio di una serie di nuovi ritrovamenti nel Triassico siciliano.

Ringrazio Alessandro Chiarenza per la segnalazione.

Bibliografia:

Dal Sasso C, Insacco G, Chiarenza AA, Di Franco D & Reitano A. 2014. FIRST RECORD OF ICHTHYOSAURS IN SICILY (UPPER TRIASSIC OF MONTE SCALPELLO, CATANIA PROVINCE). Rivista italiana di Paleontologia e Stratigrafia, 120(1): 71-82.

24 marzo 2014

Anzu e la risoluzione dei caenagnathidi

Elementi cranici riferiti ad Anzu (da Lamanna et al. 2014).


Caenagnathidae è uno dei cladi più controversi di Coelurosauria.
La sua composizione e diversità, in particolare per le forme nordamericane, è complicata dal fatto che numerose specie sono state definite su resti frammentari che non possono essere confrontati direttamente con altre specie dello stesso clade. Ciò fa nascere il sospetto lecito che alcune specie, in particolare quelle definite su resti non-confrontabili tra loro e provenienti dalle medesime formazioni, siano di fatto sinonimi tra loro.
Ad esempio, le due specie di Caenagnathus sono basate esclusivamente su mandibole. Idem per Caenagnathasia. Chirostenotes invece non comprende resti di mandibole. Macrophalangia è basato su resti degli arti posteriori. Elmisaurus è istituito su resti di metapodiali. Hagryphus è basato su una mano. Epichirostenotes è basato su resti sia craniali che postcraniali, ma manca di mandibola, mani e piede, quindi non è comparabile direttamente con buona parte degli altri caenagnathidi citati.
Da oltre un decennio era nota la scoperta di resti moderatamente completi, appartenenti a più esemplari di un grande caenagnathidae dalla Formazione Hell Creek. Questi resti sono stati pubblicati in questi giorni (Lamanna et al. 2014) e sono riferiti ad un nuovo taxon, Anzu wyliei.
Anzu presenta una combinazione di caratteri presenti in altri caenagnathoidi, assieme a caratteri inattesi. Il premascellare partecipa ad una alta cresta simile a quella dell'oviraptoride Rinchenia, e si proietta posterodorsalmente oltre il livello della finestra antorbitale. La fossa antorbitale ed i recessi relativi sono assenti. Il mascellare è robusto e convesso anteroventralmente. Gli pterigoidi sono fusi medialmente. La mandibola è molto simile a quella di Caenagnathus. La regione retroarticolare è invece simile a Gigantoraptor. Come questo ultimo, l'omero ha una torsione laterale in vista anteriore. Gli ungueali della mano sono simili a Chirostenotes ed Elmisaurus. Il pube ha una fossa prossimomediale, come Microvenator, Epichirostenotes e Nomingia. L'ischio è molto simile a quelli di Chirostenotes e Epichirostenotes. Purtroppo, il piede è quasi del tutto mancante, e ciò impedisce un confronto con gli altri caenagnathidi.
Non ci sono dubbi che Anzu sia filogeneticamente affine ai taxa menzionati. Immesso in una versione ridotta di Megamatrice focalizzata sugli oviraptorosauri (ingroup a sua volta ottenuto dall'analisi dell'intera matrice), Anzu (ed i nuovi caratteri presenti nello studio di Lamanna et al. 2014) genera una topologia in parte conforme con quella di Lamanna et al. (2014). Il risultato più interessante – e difforme da quello in Lamanna et al. (2014) – è la risoluzione di un “grado caenagnathide” che forma una serie parafiletica pettinata che forma la radice dei caenagnathoidi. In particolare, Nomingia risulta la forma più basale, seguita da Epichirostenotes. All'interno di Caenagnathidae abbiamo un ramo “elmisaurino” ed uno “caenagnathino”. La relativa debolezza dei nodi non stupisce, dato che, come accennato ad inizio post, la maggioranza dei caenagnathidi è basato su resti non comparabili tra loro. Anche se Anzu porta una ventata di informazioni per collegare i differenti morfotipi mandibolari e appendicolari dei caenagnathidi, occorrono ulteriori esemplari relativamente completi per irrobustire il quadro.



Bibliografia:
Lamanna MC, Sues H-D, Schachner ER, Lyson TR (2014) A New Large-Bodied Oviraptorosaurian Theropod Dinosaur from the Latest Cretaceous of Western North America. PLoS ONE 9(3): e92022. doi:10.1371/journal.pone.0092022